IL MANOSCRITTO di Franck Thilliez

IL MANOSCRITTO

Ho sempre apprezzato le persone dotate di grande capacità mnemonica, credo che sia un risorsa impagabile. Anche l’autore del romanzo IL MANOSCRITTO, deve aver avuto la mia stessa convinzione quando ha creato il personaggio di Vic, poliziotto della Omicidi. Leggete fino in fondo il post sulla mia ultima lettura, e capirete la motivazione di questa premessa.

Pochissime persone sanno che il famoso autore Enael Miraure in realtà è Léane Morgan; il grande pubblico ignora che dietro quello pseudonimo si celi una donna. La scrittrice è brava a nascondere la propria vita privata, fino ad erigere muri di dolore; il rapimento di sua figlia diciassettenne quattro anni prima, scomparsa e mai ritrovata, ha distrutto in modo irreparabile la sua vita.

Il personaggio di Léane è tormentato, oppresso da paure irrazionali quanto improvvise che le rovinano la vita fin dall’adolescenza. Scrive di personaggi oscuri e sente l’esigenza interiore che essi soffrano: “Sono come flash quando scrivo, come coltellate nella mia testa”. Nei suoi thriller, rimandi al dramma personale della figlia scomparsa, il cui corpo non è mai stato trovato.

La trama si srotola dunque attorno alle vicende di Léane, oppressa da fantasmi che le infestano la mente e dai quali non riesce a liberarsi. Un altro personaggio fondamentale è senz’altro quello di Vic Altran,IL MANOSCRITTO poliziotto della sezione Omicidi, dotato fin dall’infanzia di ipermnesia, ossia una straordinaria capacità di memorizzazione che non gli permette di dimenticare nulla. Accumula dati su dati e nozioni spesso inutili, cosa che a lungo termine si rivela un’arma a doppio taglio. Questa caratteristica di Vic è il filo conduttore del romanzo, ed è per questo che sono rimasta di stucco quando, nel corso della lettura mi sono imbattuta in una situazione alquanto bizzarra ad essa connessa, ma andiamo con ordine. Dopo aver letto per pagine e pagine delle grandi meraviglie della memoria di Vic, a pagina 94, accade un fatto che ha dell’incredibile… Ebbene il poliziotto che come una condanna subisce passivamente il peso di ricordi indelebili e che non riesce a scordare nulla, nemmeno le cose più inutili, si dimentica del saggio di danza di sua figlia. Si avete capito bene. La ragazzina è a ragion veduta molto adirata e dice al padre che avrebbe potuto memorizzare l’evento che so, sul telefono. Lui in tutta risposta afferma candidamente che lo aveva scritto in grande sulla porta della sua stanza… Ma come? E la memoria prodigiosa? E la figlia? Come può anche solo pensare che una persona di siffatta natura, possa dimenticare un’informazione come quella? Insomma due incoerenze e un siparietto inutile.

Fatta questa precisazione, che lascia il tempo che trova, il romanzo che inizialmente faticava a prendermi, dopo un po’ di pagine decolla alla grande. Mi sono sentita trascinare verso un contesto tortuoso, a tratti disturbante e labirintico, sferzato da situazioni crudeli e dal finale assolutamente scioccante. Una storia di spettri invisibili che si muovono nell’oscurità, dei quali è impossibile stabilire l’aspetto fisico. L’autore ha studiato a fondo l’argomento delle funzioni mnestiche e relativi deficit, e ne fa sfoggio lungo tutto il romanzo, che appare tenacemente puntellato di rimandi a varie forme di amnesia: c’è quella traumatica, che affligge Léane assieme anche ad una forma di criptoamnesia, poi l’ipermnesia che affligge Vic, e infine l’amnesia tout court di Jullian, il marito di Léane. Per carità, tutto finalizzato alla trama, ma a mio avviso ho riscontrato un filo di pedanteria.

Un thriller originale, che evoca delle immagini vivide, crudeli, a tratti sconcertanti. Consigliatissimo agli amanti del genere.

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