Recensione: STUPORE E TREMORI di Amélie Nothomb

Nell’antico protocollo imperiale nipponico, si afferma che ci si deve rivolgere all’Imperatore con un atteggiamento di “stupore e tremore”.  Questa formula ricorda ad Amélie  i film sui samurai, nei quali gli attori parlano al capo con la voce strozzata da un rispetto sovrumano. E’ proprio una  maschera di stupore e tremore che la ragazza sceglie di indossare all’interno dell’azienda in cui lavora: la Yumimoto. Amélie è di origine belga, ma ha trascorso parte della sua infanzia in un posto nella provincia del Kansai, vicino al monte Kabuto, dove batte il cuore antico del Giappone. Proprio a causa dell’attrazione nostalgica verso un paese il quale per molto tempo aveva creduto essere il suo d’origine, che Amelie si sente capace di accettare qualsiasi cosa pur di tornare a farne parte.

La storia si svolge interamente all’interno dell’azienda Yumimoto  e si dipana attraverso  un flusso di eventi privo della divisione in capitoli. Ritengo che questo espediente narrativo sia molto efficace nel sostenere la  continuità del racconto. Il romanzo è breve, ma ricco di sorprese, contenuti e citazioni riuscitissime. La trama non è mai banale e scorre meravigliosamente dall’inizio alla fine senza annoiare. I dialoghi sono pochi, ma piuttosto efficaci nel conferire un’immagine distintiva ai vari personaggi.

Devo dire che sono rimasta affascinata dalla scrittura della Nothomb: sofisticata nella sua semplicità, evocativa nelle descrizioni e, talmente delicata, da avvolgere il lettore fino alla parola fine.

La vita privata della protagonista non viene mai menzionata. Tutta la narrazione si sviluppa all’interno dell’azienda.

Amélie comincia il suo lavoro alla Yumimoto carica di entusiasmo e buoni propositi. E’ così forte la sua voglia di far parte di quell’ambiente, che ignora deliberatamente ogni tentativo di sabotaggio perpetrato nei suoi confronti, anzi accoglie tutte le mansioni che le sono affidate  con abnegazione. Nonostante parli fluentemente il giapponese, le viene chiesto di non darlo a vedere, poiché ad alcuni partner dell’azienda disturba  e mette a disagio sentire una ragazza bianca parlare la loro lingua, anche solo per proferire frasi educate  durante l’onorevole cerimonia del tè, l’ochakumi. Le viene ordinato di non capire il giapponese. Da questa situazione paradossale, ne scaturiscono altre che conducono la giovane donna verso una spirale discendente, fatta di umiliazioni, angherie e soprusi. Il personaggio è molto complesso, descritto veramente bene.  La protagonista sembra fragile, ma in realtà, dietro un atteggiamento dimesso si cela una grande tenacia, una forte determinazione. Amélie desidera disperatamente essere accettata e riconosciuta come membro effettivo di quella comunità. Purtroppo si scontra con una cultura pregna di contraddizioni e ritualità, dove la figura femminile deve necessariamente rientrare in certi rigidi schemi di comportamento, nella quale gli Occidentali sono visti con diffidenza e perfino sudare può portare al pubblico ludibrio! Interessante il rapporto di Amelie con il suo diretto superiore, Fubuki Mori. Fin da subito la ragazza rimane affascinata da Fubuki, la quale incarna la perfezione della bellezza nipponica e il cui viso richiama il garofano giapponese antico, emblema della nobile fanciulla dei tempi andati. Sfortunatamente, l’ammirazione sincera e incondizionata di Amélie, non trova corrispondenza nella signorina Mori, che anzi si pone nei suoi confronti in maniera piuttosto ostile, dando origine ad un aperto conflitto che assume la più vasta portata di uno scontro tra  culture diverse. In realtà, dietro alla coltre dei contrasti, celato sotto un drappo scuro di pensieri divergenti, c’è un autentico desiderio di capirsi, la stessa curiosità reciproca.

garofano

Sono rimasta molto colpita dalla dignità della protagonista la quale pur di preservare l’onore, nonostante le bassezze a cui è sottoposta, mantiene il suo lavoro fino alla risoluzione del contratto della durata di un anno. Per la cultura nipponica infatti, licenziarsi significa macchiarsi di ignominia. La ragazza con coraggio dimostra che nonostante sia stata ridotta a lavorare privata dell’ orgoglio e dell’ intelligenza, riesce a preservare la sua dignità e in un certo senso difende fino alla fine il diritto che reclama per se di far parte della cultura giapponese. Dando un’occhiata alla vita dell’autrice, ho scoperto che gran parte delle vicende narrate sono autobiografiche, il che rende la storia ancora più accattivante.

Un libro notevole, ricco di significati e significanti. Leggere per credere!

Stop

La Lettrice Assorta

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23 pensieri riguardo “Recensione: STUPORE E TREMORI di Amélie Nothomb

  1. Che bella recensione, accattivante e attenta nell’analisi sia del carattere della protagonista che dei riferimenti alla cultura giapponese! La Nothomb fa parte della lunga (smisurata) lista di autori di cui ho sentito parlare bene, ma con cui non mi sono ancora confrontata. Per ora mi segno questo titolo. Grazie.

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  2. Amo profondamente questa autrice, non soltanto per la sua scrittura, ma anche perché uno dei suoi libri, “La nostalgia felice”, è stato l’ultimo libro che mi prestò mia sorella Gabriella, che morì qualche mese dopo. Lo lessi quasi tutto durante le lunghe ore di chemioterapia.
    Questi due nomi, quello di Amélie e quello di mia sorella, sono rimasti da allora indissolubilmente legati.
    Grazie della tua bella recensione, appena potrò leggerò anche questo nuovo libro, sono tutti così particolari…

    Piace a 2 people

    1. Ciao. Scusami tanto ma, non so come mi era sfuggito questo tuo commento. Sono veramente addolorata per l’esperienza che hai vissuto e immagino l’affetto che ti lega al libro…Ho anche io una sorella è un legame unico. Ti sono davvero vicina. Grazie della tua testimonianza, preziosa.

      Piace a 1 persona

    1. Ciao. Secondo me la Nothomb è molto brava a scrivere e Stupore e tremori è un piccolo romanzo piuttosto riuscito. Quello che non mi convince è che quando finisco un suo libro rimango perplessa…come se ci mancasse qualcosa!

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